Fondazione Cassa di Risparmio di Fano
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150° anniversario dell'Unità d'Italia:
lectio magistralis del prof. Marco Severini
Università di Macerata

Il plebiscito del 1860: da Fano alla Nazione
Fano, 6 novembre 2010

Tricolore e plebiscito a Fano

Alle prime ore dell’alba del 12 settembre 1860 la 7° Divisione del IV Corpo d’armata piemontese, comandata dal generale Alberto Leotardi, avviò le operazioni di conquista della città di Fano: cannoneggiò le quattro porte cittadine, bucandole e scheggiandole, dopo di che i bersaglieri del generale Cialdini, supportati dai reparti del genio e da alcune donne del borgo, che fornirono scale e corde, si arrampicarono sulle mura e aprirono gli accessi al grosso della Divisione. Attraversate via del Corso e l’attuale via Garibaldi, i piemontesi giunsero nel centro cittadino e fecero prigioniero il grosso della guarnigione pontificia, comandata dal maggiore Dosi e composta da circa 250 effettivi e 6 ufficiali; alcuni soldati del papa-re, utilizzando barche da pesca e carri, lasciarono alla rinfusa Fano per dirigersi su Ancona, dove si sarebbe velocemente raccolta, dopo la battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860), e consumata l’ultima, inefficace resistenza papalina nelle Marche.

La sera prima, l’11 settembre, c’era stato un modesto scontro con la colonna pontificia comandata dal Dosi, proveniente da Fossombrone, con pochi feriti e alcuni cavalli morti.
Questi, scarni e modesti, furono gli eventi che segnarono l’innalzamento del tricolore italiano a Fano e dunque il passaggio dalla dominazione pontificia all’amministrazione piemontese, eventi narrati con acume dal generale Gualtiero Santini che esattamente cinquant’anni fa, nel 1960, diede alle stampa una pregevole pubblicazione, intitolata Fano risorgimentale 1860, pubblicazione che opportunamente la Fondazione Cassa di Risparmio di Fano ha ristampato per questa importante occasione.
Nella quale si ricorda il 150° anniversario della divulgazione, a Fano, degli esiti del plebiscito del 4-5 novembre 1860, cioè della sanzione giuridica e politica alla conquista militare delle Marche operata dai piemontesi due mesi prima: strumento di derivazione francese nell’età contemporanea, il plebiscito era una forma di consultazione popolare con cui si chiamavano a votare tutti i cittadini maschi maggiorenni – la maggiore età era allora di 21 anni – per rispondere ad un determinato quesito che, nella circostanza, era così formulato: Volete far parte della Monarchia Costituzionale del re Vittorio Emanuele II.

Nel 1860 Fano contava 19.622 abitanti e un quarto di questi, per la precisione 5.007 fanesi, furono chiamati alle urne e diedero vita al corpo elettorale: di questi elettori si presentarono alle urne 3.111 individui, cioè il 62, 13% degli aventi diritto, dato di poco inferiore alla media dei votanti delle Marche (63, 79%): di coloro che votarono 3.095 (99, 48%) espressero voti favorevoli, 2 soli  optarono per un voto contrario, mentre 14 schede risultarono nulle.

Questo risultato è stato considerato modesto da una ormai superata storiografia, mentre quella più recente è tornata a considerarlo positivamente.
Infatti, il dato secondo cui poco più di 6 cittadini marchigiani su 10 si siano presentati in quei giorni del novembre 1860 alle urne e abbiano votato in favore dell’annessione appare, al contemporaneista del terzo millennio, confortante in ragione di tre elementi.

Innanzitutto le Marche avevano scarsissima esperienza di consultazioni elettorali e dei due unici precedenti – le elezioni censitarie con cui nel maggio 1848 era stato eletto il Consiglio dei deputati pontificio, e quelle democratiche e a suffragio universale del gennaio 1849 con cui erano stati eletti i deputati dell’Assemblea Costituente romana – sopravviveva solo un labile ricordo nella parte più colta e politicamente matura dell’elettorato.
In secondo luogo, ci si trovò di fronte all’opposizione risoluta del clero, con i parroci che si rifiutarono di fornire gli stati delle anime, cioè i registri dei battezzati utili a calcolare chi fosse elettore e chi no, e praticarono in vario modo forme di contropropaganda annessionistica: non mancarono casi isolati di religiosi che votarono in favore dell’annessione, ma furono tutti prontamente sospesi a divinis.
In terzo luogo non va dimenticato l’altissima percentuale di analfabetismo diffuso nelle località marchigiane che, alla vigilia di consultazioni di questo tipo, voleva dire soprattutto carenza di qualsiasi forma di alfabetizzazione politica: certo, molto fecero in favore dell’annessione sia la propaganda dei primi giornali liberali sorti anche nelle Marche – il 5 ottobre 1860 nacque ad Ancona il «Corriere delle Marche», antesignano dell’attuale «Corriere Adriatico», diretto da Luigi Mercantini, il noto scrittore di Ripatransone che si era politicamente formato a Senigallia, ai tempi della Repubblica romana – sia le pressioni esercitate su mezzadri e contadini da parte dei proprietari terrieri marchigiani, consapevoli, un po’ gattopardescamente, dei benefici in termini di rafforzamento del proprio status socio-economico e di egemonia sulle amministrazioni locali che sarebbero loro derivati dal nuovo Regno d’Italia.

Un gruppo di potere notabilare era già pronto alla vigilia dell’Unità, in sostanza, a subentrare alla guida delle amministrazioni pubbliche, mettendo fuori gioco i competitori democratici e radicali e ricavando grossi affari dalla vendita delle ex proprietà ecclesiastiche.

La costruzione dell’Unità

Quando pubblicò Fano risorgimentale, il generale Santini aveva già effettuato altre ricerche storiche sulla Fano ottocentesca e altre ne avrebbe compiute negli anni successivi.
Da questa, come dunque da altri studi, si possono ricavare rilevanti considerazioni generali.

Innanzitutto, il movimento liberale e patriottico locale, attivo nel biennio 1859-60 e che aveva dato combattenti alla seconda guerra d’indipendenza, alla breve insurrezione anti-papalina del giugno ’59 e ai corpi garibaldini nel ’60, era debole e sfilacciato e si componeva in città da appena una trentina di esponenti, cioè dallo 0,3% della popolazione locale: altri fanesi erano andati in esilio e avevano rafforzato i comitati d’emigrazione di Firenze e Bologna, alcuni erano stati perseguitati e controllati dalla gendarmeria pontificia, altri ancora, nel tramonto della dominazione pontificia, avevano sfruttato le poche occasioni concesse di manifestazione di sentimenti liberali e filo-piemontesi, come la dimostrazione del 25 marzo 1860, allestita per festeggiare l’annessione al Piemonte delle contigue province romagnole, alla quale avevano partecipato anche alcune nobildonne fanesi. In sostanza però il movimento liberale fanese risultava, come più in generale quello delle Marche, di modesta consistenza, priva di armi e di mezzi, e si teneva in vita attraverso un’attività segreta fatta di corrispondenze, di supporto logistico e di trame insurrezionali.

In secondo luogo, Fano era severamente controllata dall’autorità papalina e la polizia aveva rafforzato le misure di sicurezza: la città era priva di industrie, stava attraversando un difficile frangente socio-economico e dunque quanto mai problematica si rivelava l’attività di chi cospirava per l’unità e l’indipendenza italiana, attiva che si rivolgeva, più che all’organizzazione politica dei quadri interni, alla speranza di rivolgimenti esterni.
Se nell’autunno 1859 era fallita la spedizione di Garibaldi che, comandante in seconda dell’esercito della Lega degli Stati dell’Italia centrale – Toscana, Emilia e Romagna si erano sollevate, avevano cacciato le forze papaline e, governate dalle élite moderate e mantenendo l’ordine pubblico, avevano deciso l’annessione al Regno dei Savoia, annessione sanzionata dai plebisciti dell’11-12 marzo 1860 –, aveva annunciato ai marchigiani un’imminente invasione dei territori pontifici, invasione poi fermata dalla risoluta opposizione di Napoleone III, difensore dal 1849 insieme agli austriaci dello Stato pontificio, nel settembre 1860 la situazione politico-diplomatica era decisamente cambiata.

La politica cavouriana, sempre più orientata in senso unitario, aveva previsto la cessione di Nizza e Savoia alla Francia e Napoleone III, pur di non allearsi con l’Austria in funzione legittimista, aveva dato il via libera a quella spedizione militare piemontese nell’Italia centrale che avrebbe rapidamente conquistato le Marche e l’Umbria per poi volgersi verso sud, dove re Vittorio Emanuele II avrebbe acquisito da Garibaldi, sempre lui, il Mezzogiorno e la Sicilia, liberati dal nizzardo con una delle più straordinarie e note imprese militari di tutti i tempi, la Spedizione dei Mille.
In terzo luogo, va notato che Fano fu una tappa di avvicinamento verso l’unica battaglia propriamente detta, quella appunto di Castelfidardo, che ebbe un modesto rilievo sul piano militare – troppo forte la sproporzione di forze:  circa 33.000 piemontesi, comandati da Cialdini contro 12.000 papalini guidati dal generale pontificio Lamoriciére, in pratica abbandonato al suo destino dalla Santa Sede –, mentre fu molto importante sul piano politico: era la prima volta, e sarebbe stata anche l’unica per le battaglie del Risorgimento, che i Savoia perseguivano da soli una spedizione militare che avrebbe consolidato il credito della monarchia e dell’esercito e, soprattutto, avrebbe contribuito a far capire agli italiani che l’unica soluzione praticabile per realizzare l’Unità d’Italia era quella liberale e monarchica.

Perché da soli? Perché nel 1859, gli esiti della seconda guerra d’indipendenza sarebbero stati ben diversi se non ci fosse stata l’alleanza con la Francia – siglata a Plombieres nel 1858 –, tanto è vero che la guerra si era conclusa con l’unilaterale armistizio di Villafranca che aveva fatto infuriare Cavour e determinato le sue dimissioni dalla guida del governo piemontese. E perché nel 1866, durante la terza guerra d’indipendenza, solo l’alleanza con la Prussia di Bismarck avrebbe assicurato il Veneto ad un’Italia inopinatamente sconfitta a Lissa e Custoza dagli austriaci.

Per quanto riguarda le alternative alla soluzione moderata della questione nazionale, esse erano assolutamente impraticabili nel 1860-61: quella federalistica di Cattaneo e Ferrari era crollata durante l’esperienza del governo provvisorio lombardo del 1848 e poteva contare su pochi seguaci e l’assoluta carenza di forze e di  mezzi; d’altra parte, l’alternativa democratica e repubblicana, che invece aveva offerto grande prova di sé con nel 1849 con la Repubblica romana e con quella di Venezia (e, soprattutto, con l’esperienza di governo capitolina di Giuseppe Mazzini), aveva sofferto negli anni cinquanta dell’Ottocento di una continua emorragia di affiliati che, soprattutto dopo la fondazione della Società Nazionale (1857), erano transitati al fronte moderato.
Pertanto, nel 1861 ebbe termine un articolato processo di unificazione che si svolse in tempi straordinariamente rapidi e con modalità impreviste dagli stessi protagonisti dell’epoca.

Un’Unità, quindi, che si realizzò come combinazione tra un’iniziativa dall’alto, quella monarchico-sabauda, e un’iniziativa dal basso, le insurrezioni nell’Italia centrale e la spedizione garibaldina nel Mezzogiorno.

Ma se la prima si impose sulla seconda, anche per il lealismo di Garibaldi che vide nella costruzione di uno Stato unitario con Vittorio Emanuele II la priorità assoluta da seguire, la sanzione data alla conquista militare piemontese fu uno strumento di derivazione giacobina come il plebiscito, uno strumento che fu condiviso dai moderati come dai democratici: gli epigoni di Cavour vi videro e rimarcarono la centralità del monarca costituzionale, del «re padre, guerriero e galantuomo» nella costruzione dell’Italia unita; i democratici sottolinearono il ricorso alla sovranità popolare per legittimare la soluzione scelta all’unificazione nazionale.

In effetti, l’utilizzo del plebiscito per sancire l’unione di diversi territori della penisola in un unico organismo statuale fu un omaggio a quel principio di sovranità popolare che undici anni prima, nel 1849, aveva costituito l’unica, concreta alternativa alla creazione di uno Stato monarchico in un’Europa piena di monarchie.

L’uomo del nord

Completata la conquista militare, anzi mentre questa conosceva le sue ultime fasi, il premier Cavour spedì per governare le Marche un funzionario decisionista e accigliato, il torinese Lorenzo Valerio, un uomo del nord che nel giro di quattro mesi avrebbe emanato 840 decreti: questa complessa opera di legiferazione portò le Marche da un regime autocratico e illiberale come quello pontificio ad uno moderno e liberale.

Arrivato alla metà del settembre 1860, Valerio pensò in prima istanza di porre la sede provvisoria del governo marchigiano a Pesaro, in quanto Ancona era ancora in mano alle truppe pontificie; ma dopo essersi consultato con i capi militari – il generale Enrico Cialdini per le truppe di terra e il contrammiraglio Carlo Pellion di Persano per quelle il mare – scelse come sede provvisoria di governo Senigallia, che faceva ancora parte della provincia di Pesaro-Urbino, in quanto più vicina alle operazioni militari. E proprio dalla città natale di Pio IX incominciò ad emanare quei decreti che avrebbero rivoluzionato l’assetto politico e amministrativo delle province marchigiane.
Valerio aveva una grande e diversificata esperienza pubblica alle spalle: dopo un’adolescenza povera e la conoscenza fatta di diversi paesi europei come commesso viaggiatore, era diventato un imprenditore industriale, parlava diverse lingue, aveva fondato e diretto diversi giornali e politicamente era stato eletto deputato della Sinistra subalpina fin dalla prima legislatura, inauguratasi nel 1848, segnalandosi come oppositore di Cavour; nel 1859 era stato mandato a Como come governatore dal gabinetto La Marmora-Rattazzi e dal capoluogo lombardo era stato convocato a Torino da Cavour, rientrato alla guida del ministero, che a lui aveva pensato per questo delicato incarico.

In pratica si trattava di estendere le leggi e gli istituti piemontesi, laici e moderni, ad una periferia pontificia arretrata e sonnolenta, attraversata da una grave recessione economica e priva di organismi politici di coordinamento.
Così Valerio decise di agire da solo, senza corresponsabilizzare della sua intensa azione i vertici marchigiani. Una scelta insolita e coraggiosa, che non venne compresa e attirò le critiche e le polemiche di buona parte dell’opinione pubblica marchigiana che contestò l’azione del funzionario sabaudo alla luce del campanilismo e del conservatorismo che dominavano gli equilibri politici locali.

L’azione commissariale di Valerio fu dunque pronta e solerte e si estese ad ogni settore, come ha ricordato Gaspare Finali, politico romagnolo che fu suo segretario nel periodo marchigiano:

tutte le cose che riguardavano il governo in un tempo di transizione, la preparazione del paese al nuovo regime politico, la sua unificazione legislativa erano al certo comprese in quella nomina; ma ben si poteva dubitare che vi fosse anche la facoltà di fare per il paese provvisoriamente governato delle leggi non comuni alle altre parti dello stato e non richieste dalle sue particolari condizioni. Le istruzioni o piuttosto gli ordini di Torino, perché si seguisse l’esempio del commissario per l’Umbria, vinsero le esitanze.

In particolare, Valerio si occupò di sciogliere i governi provvisori e di preparare attentamente il plebiscito.

Il conte Camillo Marcolini, guida politica e autorità indiscussa del liberalismo fanese, fu particolarmente critico verso il governo provvisorio in loco tanto che, dopo essere stato designato a far parte della Giunta provvisoria fanese, così scrisse, il 2 ottobre 1860, al suo amico Andrea Cattabeni, illustre patriota senigalliese, presidente del Tribunale di Pesaro e allora al seguito del commissario Valerio:

Vi assicuro che il maggio regalo che possiate farmi è quello di liberarmi da un simile imbarazzo: perché è un vero imbarazzo l’avere a combattere con questi cervelli balzani, i quali s’immaginano che la Giunta di Fano sia come il gabinetto inglese, ed io sia come Lord Palmerston, o Lord Russel[1] da cui dipendono la pace e la guerra di Europa.

Rappresentanti italiani

A partire dal gennaio 1861 – il 19 di quel mese il commissario Valerio lasciò le Marche per ritornare all’incarico di governatore di Como che, peraltro, aveva continuato sulla carta a mantenere – si svolsero le prime elezioni per designare, in ogni parte d’Italia, i rappresentanti comunali, provinciali e nazionali.

Il 17 marzo 1861 venne promulgata la legge che conferiva a Vittorio Emanuele II di Savoia e ai suoi successori il titolo di re d’Italia. La legge era stata approvata dal primo Parlamento italiano, riunitosi per la prima volta a Torino il 18 febbraio 1861, nel corso di due sedute: il 26 gennaio era passata al Senato, con 129 voti favorevoli e 2 contrari, mentre il 14 marzo era stata approvata dalla Camera per acclamazione.
Il processo di unificazione nazionale si sarebbe compiuto nel 1866 con la liberazione del Veneto e nel 1870 con l’occupazione di Roma, anche se gli italiani di Trento e Trieste avrebbe a lungo rivendicato la liberazione dal dominio austriaco e addirittura il capoluogo giuliano avrebbe dovuto attendere il 1954 per diventare definitivamente italiano.

A Fano l’apprendistato civile e politico si rivelò, subito dopo l’Unità, lento e contrastato: circa il 2% della popolazione venne inserita nelle liste elettorali, sulla base di un sistema elettorale censitario, e ancor meno furono coloro che si presentarono alle urne per esercitare questo fondamentale diritto.
Una cerchia di maggiorenti locali, che storiograficamente vengono inquadrati con il termine notabili, governò la città, occupando tutte le cariche pubbliche: si trattò di un ceto dirigente che sotto il regime pontificio aveva dato forza ai movimenti cospirativi, settari e insurrezionali, partecipando ai grandi avvenimenti nazionali di fine anni quaranta e convincendosi nel decennio successivo, da una parte, della definitività del crollo dello Stato pontificio e, dall’altra, della convenienza nel seguire la soluzione moderata e cavouriana della questione italiana.

I più rappresentativi di questi notabili furono i primi sindaci di Fano all’indomani dell’Unità: il conte Annibale di Montevecchio, dal 1861 al 1870, il conte Gregorio Amiani dal 1870 al 1873, il conte Giuliano Bracci dal 1875 al 1880; l’eccezione fu rappresentata da Gabrielangelo Gabrielli – figlio dell’avvocato Pacifico, già membro della Giunta provvisoria di governo nel 1859 e primo cittadino tra 1873 e 1875 – che diede sì vita ad una fase di discontinuità rispetto alla precedente gestione, fase contraddistinta da riforme e  da innovazioni (soprattutto nel settore scolastico e dei lavori pubblici), ma che durò troppo poco per dare vita ad un autentico cambio della guardia.

Scorrendo l’elenco dei primi rappresentanti del collegio fanese al Parlamento nazionale si ricavano analoghe considerazioni.

Benché gli esordi di Fano al consesso nazionale si rivelassero quanto mai complicati, visto che durante la prima legislatura italiana (1861-65) si avvicendarono quattro diversi personaggi al seggio di deputato, è evidente come anche questo incarico, e dunque il controllo dell’elettorato locale, fosse nelle mani del solido gruppo notabilare locale, che elesse deputati tre suoi esponenti, tutti patrizi (il conte Gioacchino Rasponi, ravennate e nipote di Murat, il già visto conte Marcolini e il conte Ludovico Bertozzi, esponente moderato): anche in questo caso l’eccezione fu rappresentata dal già visto Gabrielli, che rimase però alla Camera dei Deputati dal 14 aprile 1861 al 17 agosto 1862, allorché si dimise per incompatibilità d’impiego, avendo ricevuto la nomina di consigliere di prefettura.

In queste prime consultazioni politiche del 1861-64 furono mediamente iscritti nei registri elettorali 444 fanesi (il 2,2% della popolazione locale) e di questi votarono in 148, cioè il 33, 3% degli aventi diritto, dato che conferma inequivocabilmente la dimensione elitaria del fenomeno elettorale.

Ricordare l’Unità

Uscendo dall’excursus storico, non possiamo però nasconderci che questa ricorrenza dell’Unità d’Italia cada in un momento particolarmente difficile per il nostro paese.
Tra Otto e Novecento è prevalsa una tesi nazionalista nell’interpretazione di questi fatti, cioè l’idea di celebrare Vittorio Emanuele II e i «padri della patria», la vittoria delle armi piemontesi, la scelta di fare un’Italia liberale e monarchica.

Poi, nel primo Novecento, sono arrivate le idee del più grande intellettuale comunista, Antonio Gramscio, a scardinare questa visione e a criticare il Risorgimento come un processo d’élite, orfano della partecipazione delle masse popolari e incapace di dare la terra ai contadini, di realizzare cioè quella che Gramsci definì la rivoluzione agraria mancata.

L’interpretazione gramsciana del Risorgimento è prevalsa nella prima parte del secondo dopoguerra, finché, a partire dalla fine degli anni sessanta, il Risorgimento è caduto in un preoccupante oblio anche perché gli storici si sono orientati verso altri orientamenti storiografici: si pensi alla lezione socio-economica, alla scuola francese del Les Annales fondata da Marc Bloch e Lucien Febvre, a Fernand Braudel, teorico della «lunga durata».

Negli ultimi anni, infine, mentre la storia contemporanea si è definitivamente aperta allo scambio reciproco con altre discipline, a partire dalle scienze sociali, la storia politica ha recuperato una sua centralità e i più accreditati studiosi dell’ultima generazione hanno avanzato  una nuova interpretazione del Risorgimento: quest’ultimo è stato visto nella sua dimensione «di massa» e considerato un complesso periodo in cui più che le battaglie e i trattati diplomatici bisogna studiare i testi letterari e il ruolo avuto nella cultura e nella storia italiana da temi quali l’onore, l’amore, la sessualità, in un approccio globale, quindi, di tipo culturalista.

Nel frattempo è cambiato il mondo e soprattutto è sfumato quel secolo breve, cioè il Novecento, che in maniera così incisiva ha caratterizzato la contemporaneità.

Qual è, allora, l’autentico significato storico da attribuire al ricordo dell’Unità, alla memoria di quel mito fondativo che per numerose generazioni di italiani è stato il Risorgimento? Una mera celebrazione retorica? L’occasione per un groviglio di conferenze, presentazioni e circostanze più o meno autoreferenziali? Semmai l’esatto contrario.

Il ricordo di quanto accaduto un secolo e mezzo fa deve spingere, da una parte, i giovani, ma non solo loro, a leggere, a studiare, ad esplorare la ricchezza del proprio passato, non in maniera nozionistica, ma in modo critico, problematico, costruttivo.

Di conseguenza va ribadita l’irreversibile necessità di un sistema scolastico moderno ed efficiente, senza peraltro dimenticare la passione e la preparazione che pongono nell’insegnamento della storia diversi docenti di ogni ordine e grado, quasi sempre dimenticati dai mass-media e dall’opinione pubblica, che si trovano a lavorare in condizioni difficili e oscure, ma hanno una concezione alta e di grande spessore civico della loro professionalità.

D’altra parte, la conoscenza del nostro passato deve costituire uno stimolo per riflettere e recuperare, in un paese così distratto da altre cose, quei valori di libertà, di uguaglianza e di fratellanza che costituiscono un idem sentire della cultura cattolica e di quella laica e accomunano l’aspirante cittadino italiano di metà Ottocento a quello dei nostri tempi: un cittadino che ci auguriamo sia sempre meno immemore della sua storia.

Solo così i giovani cittadini italiani, irrobustiti da un bagaglio culturale adeguato, potranno affrontare le sfide della modernità, dialogare e confrontarsi con gli altri cittadini di questa grande civiltà multietnica in cui viviamo: avendo cioè piena consapevolezza di una storia complessa e quasi mai condivisa, ma che ha ancora tanto da insegnarci.

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