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La storia di Federico Seneca è fra le meno sondate nella vicenda del manifesto e converrà brevemente ricapitolarla prima di entrare nel vivo del dibattito critico che ci pone un complesso problema: Seneca è figura legata a una storia locale oppure a una storia complessa, europea dell'affiche? La più recente indagine critica mostra di optare per la prima soluzione, noi vedremo come questa risposta, di fronte alla concreta analisi dei manifesti di Seneca, sia inadeguata. Prima comunque dobbiamo cercare di riassumere la vicenda biografica che, raccontata attraverso una serie di scarne notizie legate a percorsi quasi soltanto regionali, di fatto ha non poco contribuito a chiudere Seneca in un territorio, anche culturale, troppo limitato.
Seneca
dunque nasce a Fano nel 1891, studia a Urbino presso il Regio Istituto
di Belle Arti fino al 1911 dove si abilita all'insegnamento del
disegno.1 Seneca
insegna quindi alle Scuole Normali di Fano e inizia a operare come cartellonista;
un pezzo che viene assegnato agli anni 1912 - 1914 è
Fano
stazione balneare
chiaramente
legato alla lezione di Dudovich dei manifesti degli inizi del secolo. In
questi anni prima del conflitto mondiale Seneca avrebbe conosciuto Marcello
Dudovich soggiornando anche a Roma fra 1911 e 1915 in diverse occasioni,
ma è
incerto il periodo esatto di questi viaggi e altrettanto incerti
sono i contatti con altri artisti. Senè
comunque arruolato negli
è
al fronte nel 1916, ma nello stesso anno va a Modena,
all'Accademia
Militare, tornando dal fronte come ufficiale nel 1917; chiede quindi di
diventare pilota e il 2 luglio 1917 il sottotenente Seneca inizia il corso
all'aeroporto di San Giusto presso Pisa, conseguendo il brevetto prima
il 21 novembre 1917 e quindi il 20 luglio 1918. Torna al fronte e viene
decorato della croce di guerra conoscendo anche, parrebbe, Gabriele D'Annunzio
e continuando a volare con gli idrovolanti fino al luglio del 1919, quando è
in
forze alla Scuola di Orbetello. In questo periodo sembra che Seneca cominci
a lavorare per la Perugina a Perugia e la data di inizio di questo rapporto
di lavoro viene fissata dal Villani al 19202 e
per il Bettazzoni sarebbe da anticipare alquanto, al 19193.
Seneca dunque dal 1919 risiede a Perugia e lavora come pubblicitario per
la Perugina e, dal 1925, è
a capo
dell'Ufficio
pubblicità
della Buitoni che si è
unita alla Perugina in
quell'anno.
Nel 1929 Seneca vince a Monaco di Baviera il primo premio della Mostra
Internazionale del manifesto ma il suo rapporto con l'area germanè
antecedente
di certo visto che4 risulta dal suo passaporto
un timbro di ingresso in Austria datato 4 marzo 1928 e appaiono probabili
altri viaggi, a Parigi, a Londra, a Berlino. Nel 1932 per cause non note
si chiude il rapporto con la Perugina e la Buitoni a Perugia e Seneca si
sposta in quell'anno
a Milano, dove opera come pubblicitario per varie ditte fino al 1935. Quindi
nel 1935 lascia la pubblicità
per diventare industriale della plastica
e ripreà
l'antica professione solo nel dopoguerra. Nel
1946 abbiamo un bozzetto di un manifesto di propaganda monarchica prima
del referendum del 2 giugno 19465, quindi è
consulente
a Milano come esperto pubblicitario della ditta BBB di Monza6,
infine dal 1950 al 1959 dura la attività
di pubblicitario, mà
nel
1956 Seneca inizia col figlio una nuova impresa commerciale che gli fa
abbandonare la pubblicità. Morirà
nel 1976 a Casnate (Como).
Mi sono sentito in obbligo di riassumere assai brevemente le vicende biografiche non perché esse ci illuminino in modo particolare sulla storia di Seneca ma proprio perché questa vicenda locale, chiusa tutta tra l'originaria Fano e il fronte di guerra, Orbetello e Perugia, con qualche eventuale puntata a Roma, appare ingannevole se considerata come il possibile punto di partenza per una analisi delle opere del cartellonista. Una storia dunque che non può prendere le mosse da questi dati per affermare, come pure si è fatto, la autonomia o peggio ancora la anteriorità di Seneca rispetto ad altri artefici e vicende europee dell'affiche, oppure la sua totale indipendenza da queste7. Il problema è invece un altro: rileggere i manifestidi Seneca, cercare di inquadrarli nel contesto italiano ed europeo e stabilire infine se e quando vi possano essere stati rapporti di Seneca con altri protagonisti della storia del manifesto, che viaggi il grafico abbia compiuto, insomma se egli abbia davvero vissuto una esistenza schiva e separata dal mondo oppure invece non rientri in quella serie di artisti formatisi alla cultura crociana nei primi due decenni del nostro secolo, e penso a Morandi, a Carrà , a Severo Pozzati pittore e autore di manifesti che rivendicano la propria autonomia, la propria indipendenza perché collegarsi, conoscere, riprendere motivi altrui sarebbe un segno di minore capacità inventiva, vorrebbe dire passare dal mondo della -pura- poesia a quello -impuro- della prosa.
Ma veniamo a qualche manifesto di Seneca cominciando
dal dopoguerra e dunque dal momento in cui il tessuto delle opere si fa
leggibile pur nella varietà
e compleà
dei riferimenti.
Fra i primi Cioccolato La Perugina
si data 1920 e non è
certamente
una prova di poco rilievo. La figura feminè
ben all'interno
della tradizione accademica, il chiaroscuro, le ombre ci portano al rinascimento
in Toscana, diciamo fra Ghirlandaio e Andrea del Sarto e alla ritornante
moda neoleonardesca a cavallo dei due secoli; per i riferimenti all'affiche Seneca
sembra muovere dalla tradizione di Marcello Dudovich di dieci anni prima,
per esempio dai manifesti Mele degli anni attorno al 1910 ma, in genere,
senza assumere nulla del taglio jugend del grande loro autore.
Forse per questa affiche devono essere apparse a Seneca assai
più
familiari
le illustrazioni, per esempio le copertine di Ars et labor
della
Ricordi degli anni Dieci.
Certo è
che non esiste un diretto rapporto
fra la lingua di Seneca in quest'affiche e l'invenzione
dell'immagine
dei Baci Cioccolato Perugina
che si data al 1922. Prima di
tutto la scelta dell'impaginazione: punto di vista dal basso, la
scritta Cioccolato Perugina
che fa da base al sistema, il
cielo azzurrino, la coppia spostata verso sinistra, la grande scritta
Baci, con la singolare B
graficamente pensata come fulcro
del sistema compositivo. La lingua di questo manifesto nasce dal nulla
o da un contesto culturale individuabile? Cominciamo con le scritte che
escono da una precisa tradizione grafica, dalle invenzioni di Leopoldo
Metlicovitz e di Marcello Dudovich e da quelle, in genere, dei manifesti
Mele. Non basta: si è
detto, e giustamente, che l'invenzione
della coppia che si bacia muove dal dipintodi Hayez ora a Brera e una cui
seconda versione, con l'uso simbolico dei colori bianco, rosso e veè
stata
di recente individuata; ecco dunque e prima di tutto una domanda, l'idea
del bacio nasce soltanto da Hayez? Credo che Seneca si sia trovato davanti
a tradizioni diverse e che, per esempio, non poco abbia giocato Sogno
di un walzer
(1910) di Metlicovitz, dove una coppia si accosta
in primo piano mentre una donna suona sullo sfondo un violino; credo che
molti altri manifesti, per esempio quello di Mazza per Mele Napoli
Mode novità
(1910 c.) con a sinistra una coppia che si avvia
in primo piano, possano avere contribuito a individuare una nuova strada.
Ma, una volta decisa la trasformazione del nome dei cioccolatini in -Baci-,
l'iconografia coerente col nome doveva essere scelta ma non lo era
certo ancora la lingua. Si tratta di una lingua neoottocentesca, non jugend,
non moderna, certo, che si contrappone invece a una grafica ormai rinnovata.
Ma c'è
forse un'altra e più
sottile novità
che
richiama alla matrice ottocentesca allusiva al dipinto di Hayez, la scelta
del colore simbolico, un azzurrino che in una Italia post guerra 1915 -
1918 non può
avere che un sottile valore simbolico, legato dunque
alla casa Savoia.
Note
1 Le principali notizie su Seneca
si possono trarre da diversi scritti di D. Villani: Arte Pubblicitaria
1900 - 1933, Supplemento a L'Ufficio
moderno
, Milano, sett. 1933; 50 anni di pubblicità
in
Italia,
in L'Ufficio
moderno
, Milano, 1957; Storia del manifesto pubblicitario,
Milano, 1964; Dino Villani ricorda Seneca, in Parete
,
nov. 1977;
Il manifesto pubblicitario, in Le vie d'Italia
, febb.
1963; La Belle Epoque dei giornali italiani nel manifesto, Milano,
1969. Per meglio comprendere le posizioni di Seneca sul manifesto si potranno
leggere due suoi interventi: Il cartellone reclame, in L'Ufficio
moderno
,
Milano, agosto 1931, e La pubblicità
come espressione d'arte,
Ivi, dicembre 1931, Ancora di Seneca è
importante il testo: Alcune
referenze di Seneca pubblicitario e artista, Milano, 1951. Interessanti
anche i saggi di D. Belli: Arte pubblicitaria futurista, in Futurismo
,
I, 7, ott. 1932 e Arte pubblicitaria, Ivi, I, n. 11, nov. 1932.
Per una lettura di Seneca si veda anche L. Borgese: Tavole di Federico
Seneca,
Parigi, 1952. Una ricapitolazione delle vicende biografiche di Seneca la
troviamo nella prima parte della tesi del dr. Fabio Bettazzoni che si è
laureato
nell'a.a. 1988-89 con Renato Barilli presso il DAMS di Bologna; il
titolo della tè
L'illustrazione di Federico Seneca nel
periodo fra le due guerre. ![]()
2 D. Villani: Arte pubblicitaria
1900 - 1933 cit..
3
F. Bettazzoni, L'illustrazione di Federico Seneca nel periodo fra
le due guerre cit., p.12. ![]()
4 Ivi, p.14. ![]()
5 Ivi, p.16. ![]()
6 Ivi, p.17. ![]()
7 Per esempio
il Bettazzoni, nella sua pur generosa e utile tesi di laurea, legge i diversi
manifesti in termini sostanzialmente formali, ma non sempre coglie gli
evidenti nessi con numerosi altri artefici dell'affiche finendo
per chiudere il percorso di Seneca in un isolamento di fatto impensabile. ![]()