Il Duomo di Fano

Capitolo I
Fano e le sue antiche “cattedrali”

  1. Ubicazione geografica di Fano e vie di comunicazione
  2. Cenni sull’urbanistica in età romana e medievale
  3. Congetture sull’ubicazione della primitiva cattedrale
  4. Su un antico battistero a fianco della cattedrale
  5. Rinvenimenti nell’area dell’episcopio
  6. Edificazione della prima cattedrale nel sito odierno: estremi cronologici
  7. La cattedrale del XII secolo

5. Rinvenimenti nell’area dell’episcopio

Strettamente connesso al battistero e alla cattedrale era solitamente il palazzo vescovile, l’edificio dell’insula episcopalis su cui si è in genere meno indagato e la cui storia e tipologia sono ancora pressoché ignote. Curiosamente a Fano, proprio nell’area occupata dall’odierno episcopio, interessato in diverse occasioni da lavori di ristrutturazione (a fine ’500, e poi nel 1682, 1908, 1946-1948), sono venute alla luce, in circostanze fortuite, statue votive, iscrizioni antiche, tracce di muri che molte notizie avrebbero potuto fornirci circa l’antico assetto del sito. Purtroppo anche le operazioni di scavo del nostro secolo non sono state esaurientemente documentate: mancano informazioni circa le strutture rinvenute e i dati relativi alle quote a cui giacevano. La prima notizia di ritrovamenti effettuati “nella cantina del palazzo vescovile”, ci è tramandata dal già citato manoscritto del Gasparoli (cfr. nota 41), risalente al 1682, quando, oltre ad elementi che fecero pensare all’esistenza di un’antica terme, furono ritrovate statuette votive64, tutte andate disperse, un cippo ad ara e la cosiddetta testa di Cibele entrambe conservate nell’episcopio (fig. 11fig. 12).

Al 1908 risale il rinvenimento “nei sotterranei dell’Episcopio”65 di un torso di statua femminile riferibile al II-III  secolo d.C., e della parte inferiore di una statua maschile seduta, attribuita al I-II sec. d.C.66.

Il più consistente gruppo di sculture fu rinvenuto fra il 1946 e il 1948, durante i lavori di ricostruzione del fianco nord-est del palazzo vescovile travolto dal crollo della torre campanaria: in quell’occasione, “in un breve spazio di terreno utilizzato come sottofondazione dei muri dell’episcopio distrutto”67 vennero alla luce una statua acefala di Fortuna con cornucopia (alta m 1,32) (fig. 13); un torso di Diana cacciatrice (alto m 0,52); una testa staccata, pertinente a quest’ultima; una piccola base votiva con tre divinità stanti (altezza massima m 0,30); una testa di Eracle con copricapo leonino (“rinvenuta nell’atterrare un muro”68 dove si suppone fosse stata inserita come materiale da costruzione) e un capitello corinzio (h. m 0,40), tutti pezzi riferibili ad un periodo compreso fra il I ed il II sec. d.C. Non anteriore al III sec. d.C. sarebbe invece un bassorilievo frammentario cosiddetto “mitraico” per il soggetto rappresentato (una figura virile alata con un pugnale in mano ed un’ara attorno alla quale è avvolto un serpente) rinvenuto “propriamente dietro a dove vennero trovate le statue, sotto le fondamenta del muro parallelo al Duomo, ad un metro e mezzo circa dal piano attuale”69. Quest’ultimo, assieme ad un’ara marmorea dedicata al Dio Sole da Q.Valerius Eutichus, recuperata nello stesso contesto archeologico, e alla “statuetta di Iside” rinvenuta nel XVII secolo, attesterebbe la diffusione a Fano di culti orientali attorno al III secolo e probabilmente, per la contestuale presenza del santuario della Fortuna, la non facile affermazione del cristianesimo nella città70.

Relativamente all’antico assetto dell’area su cui sorse l’insula episcopalis, in assenza di puntuali dati circa i contesti archeologico-stratigrafici originari in cui gli oggetti sono stati rinvenuti, nulla di definitivo può essere detto, anche se, a parere di Enzo Catani, autore di un recente saggio sulla questione71, i pezzi giacevano in livelli “fortemente inquinati e sconvolti” e sarebbero stati qui radunati per essere sepolti (non senza una forte valenza simbolica) sotto i nuovi edifici di culto cristiani.

L’usanza di distruggere radicalmente i templi e di riconsacrare i luoghi dove essi sorgevano venne adottata originariamente, secondo Francesco Gandolfo72, nell’impero d’Oriente a partire dal secondo quarto del V secolo, e più cautamente in Occidente dove di solito ancora nel VI secolo per non urtare la suscettibilità delle popolazioni, la Chiesa preferì lasciare i templi antichi al loro lento degrado, o riutilizzarne le strutture, dopo aver abbattuto gli idoli ed avervi installato altari in cui porre le reliquie. Se tale fosse stata la prassi ovunque, si potrebbe concludere che la prima cattedrale fanese venne costruita solo dopo gli inizi del VI secolo. A convalidare l’ipotesi vi sarebbero alcuni schizzi ad opera dei tecnici del Genio Civile, effettuati nel 1968 in occasione dei saggi di scavo eseguiti per appurare la solidità delle fondamenta del Duomo73 (fig.89fig. 90). Dagli schizzi risulta che il selciato romano giace quasi tre metri sotto l’attuale pavimentazione stradale74 e probabilmente circa 2,50 m sotto il selciato medievale75. Lo spazio fra i due, sotto le mura della cattedrale, è occupato da pietra arenaria grezza76  disposta in filari, forse i resti di un precedente edificio romano utilizzati come fondamenta della erigenda chiesa. Nel 1939 in occasione del rifacimento della pavimentazione del Duomo, sono venuti in luce i frammenti di due mosaici disposti a quote differenti: uno a -0,32 m dal pavimento attuale, e l’altro a -0,47 m. La profondità a cui entrambi i frammenti sono stati rinvenuti ci indica che anche le chiese più antiche77 ivi succedute erano sopraelevate rispetto al selciato romano di almeno 2,50 m. Un tale dislivello rispetto all’antico piano di calpestio indica che diverso tempo dovette passare tra l’età romana e l’epoca di realizzazione del nuovo edificio, oppure che la città in epoca tardo-antica subì degli sconvolgimenti tali da giustificare un rapido accumulo di materiali. Per uno schema riassuntivo della stratificazione sottostante la cattedrale (solo orientativo perché basato su pochi e mal sicuri dati) si rimanda alla figura 14.

Note
  1. “Nell’anno 1682, nello scavare la cantina del palazzo vescovile da Monsignor Arcivescovo Ranuzzi, in quel tempo vescovo di Fano, si trovò poco lontano dalla torre una terme (bagno) incrostata di marmi africani, col suo canale di piombo per l’emissione dell’acqua, col pavimento lavorato a mosaico. Ivi presso furono trovati vari idoli di marmo, cioè un’Iside di marmo nero, due torsi di Mercurio alti ciascuno due piedi, una Vesta di statura minore, e un capo al naturale, quali tutti furono dati al Sig. Abbate Federici, il quale li conserva nella sua villa di S.Andrea, eccetto l’Iside che donò ad un cavaliere suo amico. Non molto lontano da’ suddetti idoli fu ritrovata un’ara, ossia piedistallo di marmo alto palmi... (sic) incirca [è 98 cm, nda], da un lato del quale è scolpito  l’urceolo e dall’altro la patera ed in faccia si legge la seguente iscrizione che da Monsignor del Verme fu posta nell’atrio del palazzo vescovile nel 1650 [rectius 1690 perché Del Verme fu vescovo dal 1689] sopraponendovi una testa di Cibele di marmo che fu scavata nel giardino al tempo di Monsignor Ranuzzi”. Il passo, tratto dal manoscritto Gasparoli, è stato pubblicato dal Billi (Monumenti... cit. pp. 7-8). L’iscrizione a cui si fa riferimento nel testo non è però riportata, forse per distrazione del Gasparoli stesso. Il cippo è tuttora nell’atrio dell’episcopio, l’iscrizione è in CIL XI, 625.
  2. La notizia è riportata nell’Inventario Generale del Museo Malatestiano di Fano, ove inizialmente le sculture vennero alloggiate.
  3. Cfr. F. Battistelli-A. Deli, Immagine di Fano romana, Fano 1983, pp. 88, 95, 97; E. Catani, Sculture romane nell’area dell’episcopio, in Fano romana, cit., pp. 300-318, in partic. pp. 300, 304-305: i pezzi in questione sono conservati nel locale Museo Civico.
  4. Cfr. Archivio della Soprintendenza Archeologica di Ancona, cass. 4, fasc. 8, doc. 15. Cfr. anche Catani, Sculture romane nell’area dell’episcopio, cit., p. 302.
  5. Ibidem.
  6. Cfr. ASAA., cass. 4, fasc. 8, doc. 18.
  7. Secondo Deli (La colonia Iulia Fanestris, in Immagine di Fano romana, cit., pp. 73-84, in partic. p. 76) non è da escludere che proprio l’imperatore Aureliano, vincitore, nel 272, su un esercito di Alamanni e di Iutungi nei pressi di Fano e sostenitore del culto del Sol invictus (per la promozione del quale aveva intrapreso una riforma religiosa ed aveva fatto edificare nuovi templi), avesse favorito la diffusione nella città dei culti orientali. A parere dello stesso (Da Aureliano alla Pentapoli, cit., in part. p. 527) il cristianesimo dovette superare l’ostilità di chi restava pertinacemente legato al culto della Fortuna che aveva nella città un suo santuario, il Fanum appunto, che rimase a specificare il nome della città.
  8. Catani, Sculture... cit., p. 302. P. Nigosanti, Compendio historico della città di Fano, Venezia 1640, ristampa 1982, p. 78, dice che le macerie “avanzate” dalla distruzione dell’anno 535 furono “applicate alla fabbrica del Domo, la Chiesa e il Palazzo Episcopale vicino alla torre di Augusto o vero di Belisario”: area in cui statue e altro vennero “sorprendentemente” ritrovati nel 1946-48 (cfr. Battistelli-Deli, Immagine, cit., p. 79).
  9. F. Galdolfo, Luoghi dei santi e luoghi dei demoni: riuso dei templi nel Medioevo, in Santi e demoni nell’alto Medioevo occidentale (secoli V-XI), “Atti del XIV congresso internazionale di studi sull’alto Medioevo, Spoleto 1988”, Spoleto 1989, vol. II, pp. 884-919.
  10. Gli schizzi sono custoditi, insieme a disegni e relazioni che riguardano il lavoro di restauro (di cui si tratterà in seguito) nell’archivio del GCP.
  11. Da saggi effettuati nell’intera città già negli anni Trenta, si sapeva che il selciato romano giace, a seconda delle zone, da uno a due metri sotto l’attuale (cfr. M. Luni, La cinta muraria di Fanum Fortunae, in Fano romana, cit., pp. 89-152, in partic. pp. 107 e 136, nota 38).
  12. Fra il piano di calpestio medievale e quello moderno si ritiene vi fossero circa 40 cm di differenza dal momento che, dal disegno della sezione che rappresenta la muratura sottostante parte della parete nord, si deduce che per i primi 40 cm di scavo il muro risulta levigato come quello attualmente in vista e che solo più in basso è costituito  di “pietra grezza” (cfr. nota seguente).
  13. Così la definì chi realizzò lo schizzo.
  14. È assai arduo, se non impossibile, allo stato attuale, datare i due mosaici visibili solo attraverso due vecchie fotografie in bianco e nero scattate da lontano; sicuramente però non si tratta di opere di età classica, né appartengono all’edificio del XII secolo. Per la questione si rimanda al capitolo successivo.

Maria Chiara Iorio

Il Duomo di Fano
strutture e sculture medievali

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