Come nacque l’idea di assemblare questi pezzi antichi per costituire un ambone? Purtroppo non scaturì dall’attenta osservazione degli stessi con spirito filologico nel tentativo di comprendere se, e come, in origine essi erano connessi, ma emerse principalmente dal desiderio di sostituire il vecchio ormai ingombrante pulpito ligneo addossato al terzo pilastro a destra, con uno assai più prezioso e prestigioso, e anche dall’intento di rendere fruibili le sculture ritenute di Maestro Rainerio. Il più “vecchio” documento in cui si propone l’assemblaggio dei pezzi medievali per formare un pulpito è, per quel che ci consta, una lettera spedita da Bologna da un certo Spinoni al canonico Luigi Asioli, datata 27 maggio 1939; in essa ad un certo punto si dice: “ [...] Quanto a suggerire ‘un qualche cosa di pratico da eseguirsi in Duomo’, ricordo che fin dall’epoca del rifacimento della facciata (che mi dava frequenti occasioni di avvicinare il professor Collamarini o di scrivere all’ingegnere Selvelli) esprimevo a qualcuno costà, e particolarmente a Mons. Matteucci [...] l’avviso della rimozione dell’ingombrante pulpito per sostituirlo con altro più appropriato. Premesso, infatti, che debba pensarsi anche alla utilizzazione e messa in luce nel miglior modo dei pochi frammenti esistenti dell’antico Duomo, dovrebbero utilizzarsi per il pulpito i quattro leoncini già collocati all’esterno, facendone la base di altrettante colonnine su cui foggiare il pulpito. Come parapetto poi potrebbero essere utilizzati gli antichi bassorilievi esistenti nell’atrio dell’Episcopio (uno di essi rappresentante la Fuga in Egitto, gli altri non ricordo bene che cosa). Si tratterebbe di un adattamento che, certo, andrebbe studiato quanto alle proporzioni e quanto al collocamento: ma mi sembra doversi prendere in considerazione, dato che l’accennata utilizzazione dei frammenti esistenti si affermerebbe particolarmente in questa ricostruzione artistica ove l’occhio riposerebbe assai più volentieri che sul pergamo ligneo sinora incombente sul pilastro e sulla navata centrale...”9.
Come si vede, chi scrisse non si curava di comprendere e ripristinare l’antico assetto dei pezzi, ma ne proponeva, consapevolmente, un assemblaggio arbitrario, tanto che usa i termini “foggiare” ed “adattare”, ed ammette tranquillamente di non ricordare neppure quali fossero le scene scolpite. Spinoni riteneva leciti tali interventi in nome di una “giusta causa”, quella di valorizzare i preziosi frammenti conservati nell’atrio dell’episcopio e nascosti ai più10.
L’idea piacque a tal punto al Vescovo che, proprio mentre erano in corso i difficili e problematici lavori di scavo per il rifacimento della pavimentazione, spinse il direttore dei lavori, l’architetto Bartolucci, a concepire un progetto per il nuovo pulpito costituito dai pezzi medievali, da sottoporre all’approvazione della Sovrintendenza di Ancona. Numerose lettere, conservate nell’archivio di questa, testimoniano la premura del Vescovo a risolvere quanto prima la questione della pavimentazione (nonostante fossero venuti alla luce anche frammenti di antichi mosaici a vari livelli: cfr. cap. II, par. 6) ed innanzi tutto l’interesse alla realizzazione del pulpito.
Il sovrintendente Vittorio Invernizi, insediatosi nell’ottobre del 1939, pressato dalle insistenze del Capitolo fanese, nel novembre dello stesso anno inviò al Ministero due progetti che prevedevano due diversi tipi di pulpito: uno ottagonale e l’altro a base rettangolare, più semplice, che preferiva “[...] sia per la minor quantità di materiale neutro necessario al coordinamento delle parti antiche, sia perché più semplice per la posizione: nell’interno di un’arcata ai piedi della gradinata del presbiterio. [...]”11.
La risposta del Ministero non si fece attendere; il 19 dicembre comunicò al Sovrintendente che “[...] Esaminati i progetti relativi alla costruzione di un nuovo pulpito nel Duomo di Fano, si autorizza l’esecuzione di quello più semplice, a struttura rettangolare, avvertendo che sarebbe consigliabile mitigare la rigidezza delle sagome delle cornici. [...] Per quanto si riferisce all’impiego delle formelle attribuite a Maestro Rainerio e dei leoni stilofori, si ritiene che, non essendo certa la primitiva funzione delle formelle stesse, e considerando la totale assenza di elementi atti a suggerire la loro ricomposizione entro lo schema architettonico originario, sarebbe preferibile che i frammenti stessi non fossero rimossi dalla loro attuale collocazione nell’atrio del vescovado [...]”12.
L’Invernizi rimise la decisione al Capitolo, che ovviamente non rinunciò, nonostante il suggerimento ministeriale, ai “pezzi di Rainerio”, e fece costruire il nuovo arredo (non senza ulteriori difficoltà che fecero slittare l’ inaugurazione all’aprile del 1941) a cavallo della gradinata che conduceva al presbiterio, davanti al pilastro di destra13.
Due dei leoni stilofori vennero allineati su parallelepipedi in pietra arenaria appositamente realizzati e inseriti nel primo gradino, mentre gli altri due furono collocati dietro, sul piano del presbiterio, in corrispondenza dei precedenti. Sul dorso di ognuno di essi, dotato di una base, venne inserita una colonna di nuova fattura; quelle retrostanti, ovviamente, gravando sui leoni collocati più in alto, erano più corte delle altre. Su bassi e levigati capitelli moderni venne impostata la piattaforma costituita da barre di ferro e cemento armato; lungo tre bordi di essa fu addossato il fregio figurato, precedentemente frammentario e, per l’occasione, ricomposto alla meglio, con inevitabili approssimazioni dovute a lacune.
Sopra ciascuna fascia vennero posti i parapetti del pulpito, incorniciati da lisci spigoli verticali, moderni, terminanti ciascuno con un capitello e una sorta di semisfera allungata.
La minore lunghezza del pannello in cui sono rappresentate l’Annunciazione e la Visitazione e, d’altra parte, le omogenee dimensioni delle rimanenti due lastre, probabilmente determinarono la collocazione della prima al centro (rivolta verso chi entra), e delle altre ai lati (a sinistra, verso nord, l’Adorazione dei Magi, e a destra, verso sud, la Fuga in Egitto), senza che fosse rispettata la successione degli eventi raffigurati, cosa che, forse, avrebbe messo ancora più in evidenza le lacune del ciclo. Per accedere al pulpito fu costruita una scaletta in pietra poggiante sul piano del presbiterio, sulla fronte della quale, prospiciente la navata, venne inserita una formella su cui era scolpito un leone in bassorilievo (fig. 183–fig. 184–fig. 185).
In seguito al rinvenimento, durante i lavori di ricostruzione dell’ala del palazzo vescovile su via Rainerio, del frammento di un altro pannello a rilievo con tre teste di cavallo il pulpito si arricchì di un ulteriore elemento che, essendo alto quanto gli altri, ma assai meno largo, venne posto sul lato aperto, adiacente allo spigolo di sinistra della lastra con l’Adorazione dei Magi (fig. 259–fig. 260, cfr. anche scheda 13 in Appendice).
Maria Chiara Iorio