Appena tre anni dopo la pubblicazione dell’opera di Luigi Serra, nel 1930, l’ingegnere Cesare Selvelli134 nel saggio Note sul romanico e il gotico a Fano135, mise in dubbio il riferimento ad età gotica delle strutture interne del Duomo, scorgendo invece nei pilastri, negli archi e nelle crociere, caratteri “tipicamente romanici”. In particolare vide nelle tracce degli elementi decorativi e dei pilastri antichi “[...] peculiari analogie, ad esempio, con le decorazioni e la sezione di alcuni pilastri interni di S. Ambrogio di Milano e della cattedrale romanica di Parma [...]”136.
Ma fu solo più di venti anni dopo, con il saggio di Edoardo Arslan sull’architettura romanica milanese, inserito nella più vasta Storia di Milano137, che il Duomo di Fano trovò una più precisa collocazione nel panorama della storia dell’architettura romanica, venendo considerato fra i primi edifici della penisola improntati su quelli milanesi, a causa dell’adozione, già nella prima metà del XII secolo, delle volte a crociera cupoliformi con costoloni a sezione rettangolare138. Questo tipo di copertura, che dovette essere adottato in S. Ambrogio già alla fine dell’XI secolo (anche in considerazione del fatto che si riscontra poco dopo assai comunemente negli edifici della zona), è generalmente considerato, insieme con il sistema alternato dei sostegni, che però a Fano non è presente, “il risultato più importante dell’architettura romanica milanese”139.
Sicuramente numerosissimi dovevano essere gli edifici caratterizzati da una serie di cupole disposte lungo un asse e con costoloni a sezione rettangolare (con funzione decorativa) improntati assai presto sul modello ambrosiano, non solo nelle più immediate vicinanze (nel pavese, nel piacentino, nel novarese, nel vercellese, nel cremonese)140, ma un po’ ovunque nella penisola, dal momento che, per esempio, il S. Benedetto di Brindisi, già alla fine dell’XI secolo141, presenta volte “milanesi”.
Oltre al Duomo di Fano, fra le costruzioni che adottarono le volte a crociera con costoloni a sezione quadrata entro la prima metà del XII secolo nel resto d’ Italia, l’Arslan ricorda: la quasi totalmente distrutta S. Giulia di Bonate (posteriore al 1125) e l’abbazia cistercense di Albino (1134-1136), entrambe nel bergamasco, il Duomo di Aversa (1134-1160), diverse chiese a Tarquinia (S. Maria, S. Giacomo, S. Francesco, S. Giovanni e S. Pancrazio) e la collegiata di S. Candido (Innichen) in Trentino, (risalente al 1143 circa).
Sebbene un tale tipo di copertura si sia diffuso notevolmente, tuttavia nelle Marche, come si è detto, non ebbe successo. A quale chiesa paragonare quindi il Duomo di Fano, caratterizzato, oltre che da volte cupoliformi, da un sistema di sostegni uniforme, privo di matronei e di cleristorio, con i capitelli impostati ad un’ altezza non troppo differente tra gli uni e gli altri, ma con strutture “a sala” solo in corrispondenza dell’incrocio con lo pseudo-transetto, e con il presbiterio assai sollevato rispetto al corpo delle navate?
Si considerano ora brevemente alcuni dei principali edifici a volte “milanesi”, nel tentativo di individuarne qualcuno che presenti particolari somiglianze con il nostro.
Di S. Ambrogio di Milano, il Duomo di Fano ha gli elementi sintattici: i pilastri compositi (fig. 117) con porzioni di colonne orientate in senso diagonale142 (così come dovevano esserlo pure i capitelli) e i costoloni; inoltre, come quello, è privo di luce proveniente da finestre laterali, e presentava continuità plastica fra sostegni e coperture. Ma il nostro non è organizzato secondo il nuovo sistema modulare che prevede l’alternanza di sostegni “forti” a sostegni “deboli”, e secondo il quale ad ogni campata della navata centrale ne corrispondono due su ciascuna delle laterali (in tale sistema tutte le campate sono rigorosamente quadrate e ciascuna delle laterali è un quarto di ognuna di quelle centrali)143, bensì è legato al più antico sistema continuo, in cui lo spazio è organizzato da una serie di sostegni uniformi144.
La chiesa dei SS. Maria e Sigismondo a Rivolta d’Adda (consacrata nel 1096), essendo una ripetizione semplificata della basilica ambrosiana, in cui al posto del matroneo è stato introdotto il cleristorio, è parimenti differente dal nostro edificio, e così pure S. Savino di Piacenza (consacrato nel 1107)145 che ha, però, archi trasversali meno depressi di quelli delle due precedenti fabbriche, così che, guardando dal basso le volte della navata centrale, queste sembrano assai vicine a quelle fanesi. Ma l’articolazione spaziale di S. Savino ricalca quella di S. Ambrogio, i pilastri non sono molto sviluppati, vi è un cleristorio, la cripta è interrata.
Analogo sistema modulare dovevano avere il perduto S. Giorgio in Palazzo (consacrato nel 1129) e il Duomo di Novara (1132 circa), la cui articolazione dei pilastri maggiori, però, era simile a quella dei nostri piloni idealmente ricostruiti, soprattutto per l’accentuata espansione verso la navata centrale. Sempre in territorio novarese destano particolare interesse S. Giulio in Dulzago (1133 circa) e S. Pietro di Casalvolone (ante 1120) che, oltre alle consuete volte (non conservatesi però ovunque), presentano un sistema secondo cui, come a Fano, ad ogni campata della navata centrale, ne corrisponde una su ognuna delle laterali. In particolare in S. Pietro è da rilevare la presenza di pilastri notevolmente articolati, oltre che differenti gli uni dagli altri146.
Fra gli edifici con copertura a volte (non necessariamente cupoliformi) su tutte le navate, per il rapporto 1:1 fra campate della navata centrale e laterali, per la sezione dei pilastri, per le proporzioni, e per altre caratteristiche (epoca, struttura quasi a sala...) se ne possono considerare alcuni. Primo fra tutti il perduto S. Stefano di Milano147 (probabilmente anteriore al 1100) al quale il Duomo di Fano avrebbe potuto avvicinarsi per le dimensioni (m 45 x 23 contro i m 42 x 21 del nostro edificio), per le proporzioni, per il rapporto 1:1 fra campata della navata centrale e laterale, e per la complessa sezione dei pilastri più espansi verso la navata centrale. Per questa fabbrica è stata ipotizzata una copertura con crociere oblunghe (data la pianta delle campate) costolonate, e già il Reggiori148 intuì la stretta somiglianza con il S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia (ante 1090), costruzione di dimensioni appena maggiori della precedente (m 52,80 x 25,24), ma le cui proporzioni sono simili. Di più grande interesse per noi, in quanto ancora esistente, S. Pietro in Ciel d’Oro, che presenta la sezione dei pilastri assai articolata e variegata, dovette avere volte a crociera soprastanti le attuali (non si può dire se costolonate) fin dalle origini149 e, come il Duomo di Fano, ebbe una cripta, limitata però solo alla zona sottostante l’abside centrale e la prima campata antistante (ora completamente rifatta), grazie alla quale il presbiterio è sopraelevato.
S. Eustorgio di Milano (1090-1100 circa)150, nonostante attualmente risulti molto alterato, mostra ancora un impianto simile a quello di S. Pietro in Ciel d’Oro e a quello, ipotetico, di S. Stefano, soprattutto per il notevole allungamento delle campate centrali, che forse ha reso difficile l’introduzione di volte cupoliformi. Non è da escludere, comunque, la presenza di un tale tipo di volte anche sulle campate oblunghe di questa chiesa, come è stato riscontrato nel Duomo di Fano e in molti edifici realizzati fra gli anni Trenta e Quaranta del XII secolo nell’île de France (ove, come a Fano, le volte cupoliformi erano costolonate), nei quali erano stati adottati con entusiasmo gli elementi sintattici dell’architettura lombarda151.
Altri edifici da menzionare sono S. Babila di Milano (1090-1100 circa)152, S. Maria Podone153 e la chiesa di Ognissanti a Novara (anteriore al 1125)154, per l’epoca a cui risalgono, per il rapporto 1:1 fra campata centrale e laterali e per l’articolazione dei pilastri, che però non raggiunge la complessità di quelli fanesi.
In conclusione non è stata individuata una chiesa che sia in tutto somigliante al Duomo fanese, ne sono state individuate, però, diverse con vari elementi simili, la prima fra tutte è forse, fra quelle meglio conservate, S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, soprattutto se venisse confermata nella navata centrale, fin dalle origini, la presenza di volte costolonate, magari cupoliformi.
In seguito all’esame della struttura architettonica e ai confronti effettuati con altri edifici, si ritiene di potere dire qualcosa di più anche sui capitelli del XII secolo. Quelli tuttora in sito potrebbero essere, come abbiamo già accennato, solamente una parte (le basi d’imposta) di capitelli originariamente più sviluppati, come lo sono, per esempio, alcuni di quelli dei pilastri minori tra le navate della basilica di S. Ambrogio, che l’Arslan ha riferito ad una maestranza più arcaica rispetto alle altre operanti nel cantiere155. In alcuni di essi l’abaco risulta diviso orizzontalmente in due parti di cui la superiore è a forma di parallelepipedo e l’inferiore leggermente rastremata verso il basso; entrambe poi sono fregiate “per lo più da intrecci di gusto ancora altomedievale”156, proprio come gli elementi ancora in sito a Fano, ma, come si è detto, si tratta di motivi molto comuni sui capitelli di fabbriche romaniche di cultura lombarda transpadana.
I capitelli ambrosiani, tutti riferibili ad un’unica officina (in cui erano presenti varie tendenze) attiva attorno al 1075, presentano una tale varietà di forme e di dimensioni (a seconda dell’ubicazione) che alcuni di essi possono essere avvicinati agevolmente anche a quelli fanesi erratici. Questi ultimi possono essere accostati più felicemente però ai capitelli dei pilastri di S. Babila (1090-1100)157. In essi, in cui l’intreccio dei vegetali è allentato rispetto ai capitelli ambrosiani, prevale, come a Fano, la tendenza al decorativismo, e particolarmente affini risultano le foglie che, sinuose, si allargano a ventaglio per terminare in tante punte e in una voluta carnosa (si vedano, soprattutto i capitelli del terzo pilastro a sinistra di S. Babila). Rispetto a questi ultimi e ai capitelli ambrosiani, i nostri presentano una maggiore semplicità e rigidità (in particolare i motivi di S. Babila appaiono molto più sinuosi ed allungati).
Così come già i pilastri, i capitelli fanesi indicano chiaramente che Rainerio e i suoi dovettero trarre ispirazione dalla cultura milanese della fine dell’XI secolo, forse mediata da esemplari di poco successivi ai prototipi (per esempio alcuni capitelli di Rivolta d’Adda158, di S. Savino di Piacenza159 e alcuni di quelli dei sottotetti e dei matronei del Duomo di Parma)160.
Risulta plausibile anche per i capitelli, così come già per i pilastri e per le volte dell’edificio di Rainerio, il riferimento al periodo compreso fra il 1124 e il 1140, date indicate dall’epigrafe, o meglio agli anni fra il 1135 (quando iniziò il vescovado di Rainaldo, a cui allude l’iscrizione) e il 1140, anche se i caratteri dei capitelli ci fanno propendere per la prima data a cui si può riferire il Duomo, rifatto dopo l’incendio (cioè per il 1135 circa).
Maria Chiara Iorio