Il Duomo di Fano

Capitolo III
La facciata

  1. La facciata prima dello scrostamento del 1925
  2. I rinvenimenti sotto l'intonaco tardo–cinquecentesco
  3. I progetti di Edoardo Collamarini
  4. Il portale: unica struttura della facciata medievale rimasta sempre in vista
  5. Il ripristino della facciata ad opera di Cesare Selvelli
  6. La muratura dell’odierna facciata: individuazione di due possibili fasi costruttive

6. La muratura dell’odierna facciata: individuazione di due possibili fasi costruttive

Ci siamo dilungati sulle vicende relative ai restauri della facciata non solo perché ci sembrava interessante considerare l’atteggiamento con cui, negli anni Venti, ci si poneva di fronte ad un monumento di età medievale riscoperto100, ma anche e soprattutto perché volendo procedere ad un esame della superficie muraria attuale sia possibile individuare subito le zone in cui si intervenne sicuramente e quelle invece più intatte, su cui puntare maggiormente la nostra attenzione. L’impresa risulta ardua per la deprecabile assenza di un puntuale resoconto delle varie fasi del restauro e di un dettagliato corredo fotografico; il Verzone aveva invitato Selvelli a pubblicare la documentazione dei lavori101, ma probabilmente questa dovette essere molto approssimativa a giudicare da quanto resta nel “Fondo Selvelli” della Biblioteca Federiciana e dal tipo divulgativo delle pubblicazioni fatte dal direttore dei restauri: si tratta di materiale di poco aiuto per chi si appresta ad un’indagine approfondita102.

Proviamo comunque ad esaminare la struttura muraria attuale alla luce degli scarsi documenti di restauro pervenutici. In primo luogo occorre evidenziare che il paramento murario non è costituito di soli mattoni, come disse il Serra103, né da una struttura di pietra alternata a laterizi, come si continua a ripetere sulla scia di quanto affermò il Selvelli104. In esso, a ben vedere, sono individuabili aree in cui prevale nettamente l’uso della pietra (quelle inferiori, fino ad un’altezza all’incirca pari a quella del portale) ed altre in cui ha prevalenza il mattone (quelle superiori).

Esaminiamo la situazione più in dettaglio, partendo dall’analisi dei conci in pietra. Le zone in cui poter osservare i conci appartenenti quasi sicuramente all’edificio di età medievale sono quelle inferiori laterali (fig. 167 e fig. 168): la parte bassa dei pilastri esterni e i primi metri dei quadrilateri adiacenti non sembrano infatti aver subito manomissioni da quando vennero portate alla luce, nel 1925. Per maggiore sicurezza, concentriamoci sul paramento a metà altezza della parte inferiore del pilastro sinistro; qui la pietra, che è stata identificata con l’arenaria che si estraeva presso Carignano105, un piccolo centro sulle colline fanesi, appare tagliata in conci dalle dimensioni svariate. L’altezza di ciascuno di essi va da 5 a 20 cm e oltre, mentre la lunghezza è ancora più diversificata. I bordi appaiono il più delle volte sbeccati, il colore chiaro tendente al giallo risulta coperto in gran parte da uno strato superficiale di sporco, e la malta, che tiene insieme i blocchetti, è pure assai scura. Alla stessa altezza, presso il pilastro laterale destro, la muratura risulta assai più disgregata (vi sono vere e proprie lacune), probabilmente a causa dell’accostamento di materiale eterogeneo e, soprattutto, di dimensioni assai differenti; predominano qui conci dal taglio irregolare, sbeccati e dalla superficie scurita, ai quali ogni tanto si alterna una fila di mattoni.

Individuate queste caratteristiche dei conci antichi, ed il modo in cui essi sono assemblati, riteniamo di essere in grado di localizzare in alcuni punti della facciata la loro presenza e soprattutto di distinguerli da quelli moderni (o comunque ripristinati in epoca moderna). Innanzitutto, netta appare la differenza fra i blocchi di pietra antichi ora considerati e quelli che compongono la parte inferiore delle lesene centrali, che sappiamo ricostruite in base alle tracce trovate. Questi ultimi, pur presentando dimensioni variabili, risultano integri, hanno la superficie perfettamente piana, sono privi di scalfitture e sono di colore giallo assai chiaro. Nel settore inferiore destro della facciata, le prime file di conci appaiono di un certo spessore uniforme, chiari ed intatti, e quindi nuovi; più in alto lo spessore si riduce e si fa meno regolare, ma le uniche zone in cui sembra di poter individuare la muratura antica, sono quelle ai lati destro e sinistro della sagoma chiara data dal tamponamento della porta. È qui che si riscontrano infatti le maggiori irregolarità di forme, di colori e di dimensioni dei conci fra i quali, da una certa altezza in poi, si inseriscono ricorsi di mattoni. Sotto gli archetti intrecciati, i conci (nuovi o di reimpiego) appaiono uniti saldamente: evidentemente con il restauro, oltre a coprire l’occhio circolare, si rifece tutta la superficie della zona circostante. Nel corpo laterale a sinistra, l’assetto risulta analogo, ma occorre rilevare la mancanza di coesione dei conci nella parte in alto a sinistra e la minore evidenza dei ricorsi laterizi.

La situazione appare più variegata ai lati del portale centrale. A destra di questo (fig. 170), in basso, sopra quattro file di conci piuttosto spessi e palesemente moderni, si susseguono, fino a circa metà dell’altezza dello stipite, altri conci più sottili che, nella zona adiacente alle pietre bianche che contornano la porta, appaiono ancora regolari, levigati e politi, cioè nuovi; mentre a destra sono consumati (soprattutto lungo i bordi), più piccoli e legati con malta scura, quindi, si suppone, genuini (non si esclude che siano di reimpiego). Più in alto, in tutta l’area compresa fra il piedritto più esterno del portale ed il pilastro, con qualche eccezione, limitata alla zona adiacente a quest’ultimo, vi sono laterizi. L’area corrispondente a questa, a sinistra del portale (fig. 169), presenta un assetto analogo, ma ancora più variegato per la presenza massiccia di conci nuovi anche nella metà superiore.

Ad un’altezza corrispondente a circa metà di quella della lunetta e fino ai due fori quadrati soprastanti circa 80 cm (fig. 171 e fig. 172), si innesta nuovamente un’area di conci di arenaria, probabilmente di reimpiego, risultando piuttosto consumati e scalfiti, ma ben coesi106. Nel settore centrale, sopra i due fori quadrati, la presenza di conci si fa sempre più rara: essi compaiono sporadicamente vicino ai bordi delle lesene centrali e, qua e là, nell’area circostante il grande occhio; persino le lesene, sin qui composte essenzialmente di pietra (anche se nuova), da questa altezza in poi risultano costituite quasi esclusivamente da mattoni107 (fig. 173).

Laterizi quasi sicuramente originali sono quelli che costituiscono gli archivolti e la parte superiore dei piedritti delle finte loggette108. Consideriamo inizialmente gli archi delle nicchie di destra (fig. 135, fig. 137): qui i mattoni che costituiscono la ghiera più esterna sono di piccole dimensioni e di colore variabile dal giallo al rosa chiari e, solo raramente, di tonalità più calda. Disposti a raggiera, la maggior parte di essi non è cuneiforme ed è tenuta insieme da malta più abbondante nella zona più esterna. I mattoni d’imposta degli archi fra loro adiacenti risultano allineati l’uno all’altro e soprastanti una cornice in pietra, che, abbiamo detto, è stata rifatta sulle tracce di una precedente. Sulla ghiera sono addossati mattoni che, a differenza dei precedenti (disposti per testa), sono ordinati per lungo. Questi, curvilinei ed adiacenti l’uno all’altro, accompagnano l’andamento dell’arco sottostante e, in prossimità della base d’imposta, presentano una rastremazione. Lo spazio triangolare, che si viene a formare dall’incontro delle ghiere adiacenti, è riempito da un mattone triangolare e da altri soprastanti, trapezoidali.

L’archivolto più interno di ciascuna arcatella di destra si direbbe costituito da conci in arenaria109 leggermente cuneiformi. Anche il fondo delle stesse nicchie sembra essere in arenaria (altezza dei conci, irregolarità e colore indurrebbero a crederlo); appaiono, però, leggermente differenti la zona semicircolare superiore e quella inferiore, ove i conci risultano più consumati e meno regolarmente uniti gli uni agli altri (ma forse solo perché la parte inferiore risultava la più esposta).

Presso le loggette di sinistra (fig. 134, fig. 136) si era intervenuto per sistemare gli alvei ove furono inseriti bacini ceramici nuovi, e si può credere che anche la zona circostante sia stata ampiamente manomessa; la particolarità di rilievo di queste nicchie è costituita dalla parete di fondo in mattoni. La decorazione al di sotto delle arcatelle, sia a sinistra che a destra, composta da una fila di losanghe su una di archetti intrecciati, è stata realizzata in arenaria durante i restauri, così come tutti gli altri archetti intrecciati (ad eccezione della fila che corre orizzontale sopra l’occhio). Il resto del paramento murario presenta mattoni piccoli e regolari per lo più decisamente nuovi. Forse, un’eccezione è costituita da quelli dell’archivolto della finestrina nel settore sinistro (fig. 138), in alto (che sono piuttosto consumati e presentano un assetto simile a quello degli archivolti delle nicchie, con il bordo soprastante costituito da mattoni ricurvi), e da quelli presso la monofora quasi simmetrica a destra (fig. 139). Presso quest’ultima è interessante osservare che la doppia ghiera, con la solita risega, è costituita da cunei in pietra invece che in mattoni110.

L’avere individuato la concentrazione di conci in arenaria nella zona inferiore della facciata e quella di mattoni nell’area soprastante (cfr. fig. 178) non porta a particolari conclusioni se non all’ardita ipotesi secondo cui la diversità del materiale risalirebbe a due fasi principali di costruzione dell’antico prospetto. In particolare, in un primo momento esso avrebbe potuto essere costituito quasi esclusivamente di arenaria, successivamente poté essere stato introdotto l’uso massiccio del laterizio.

Ma valutiamo altre caratteristiche della facciata. La presenza di elementi difficilmente compatibili fra loro può indurci a nuove considerazioni. Le parti laterali in arenaria della controfacciata presentano, nella zona alta, ciascuna un’apertura corrispondente alla finestra fra le finte loggette; la monofora a sinistra (fig. 176) appare quasi tagliata dalla volta soprastante, mentre l’altra, oltre ad apparire incalzata dalla copertura, risulta decisamente spostata a destra (fig. 177). Si ha la netta impressione, dunque, che si tratti di aperture concepite precedentemente all’introduzione delle volte. Anche la finestra che appare, in facciata, sulle finte loggette di destra, è per noi di grande interesse (fig. 135). Essa, in seguito allo scrostamento, comparve tamponata; molto probabilmente era stata chiusa nel momento in cui venne realizzato il contrafforte adiacente che in parte la copriva. Oggi l’antica apertura è stata ripristinata e risalta ancora di più la sua posizione anomala rispetto al contrafforte.

Le aperture di cui si è evidenziata l’incompatibilità rispetto ad altre strutture adiacenti (oltre alla finestra in alto nel settore sinistro), risultano, ad una misurazione effettuata sulla fotografia della facciata dopo lo scrostamento, perfettamente simmetriche rispetto all’asse del piccolo occhio superiore. Tale occhio, arretrato 10 cm rispetto alla muratura, e fuori asse rispetto all’occhio grande ed alla porta sottostanti, venne soppresso dal Selvelli per palese incompatibilità con gli archetti incrociati che intendeva ricostruire. Esso, insieme alle due monofore al di sopra delle loggette, si trovava ad un’altezza maggiore dell’intradosso delle volte che coprono le rispettive navate, pertanto, quasi sicuramente, il piccolo occhio e le monofore erano state realizzate per dare luce a navate più alte di quelle attuali. Le volte, d’altra parte, appaiono così a ridosso delle due finestre che ancora oggi danno luce alle navate laterali (la monofora destra appare come tagliata) da fare supporre che si tratti di strutture introdotte in un secondo momento.

Le aperture che vediamo disposte simmetricamente rispetto ad un unico asse, quello dell’occhio superiore, oltre alle due monofore quasi tagliate dalle volte, potrebbero essere appartenute all’edificio precedente a quello di Rainerio (con coperture a volte), e sarebbero quindi riferibili alla costruzione anteriore al terzo decennio del XII secolo (fig. 179)111.

Si ipotizza che la facciata anteriore all’introduzione delle volte sia rimasta in piedi anche in seguito all’incendio del 1124. Questa doveva avere un piccolo occhio in alto (quello di cui resta documentazione nella fotografia posteriore al 1925), un portale differente dall’attuale (i cui caratteri, come si è detto, sono più tardi) e almeno due monofore per ogni settore laterale112. Non sappiamo se già Rainerio apportò qualche cambiamento a questo primitivo prospetto (forse introdusse i contrafforti); certo è che fra XII e XIII secolo la facciata dovette subire modifiche notevoli (il portale, l’occhio, le loggette, gli archetti intrecciati, le losanghe) e, forse altre, a più riprese, prima dell’intervento tardo-quattrocentesco del Cedrino.

Note
  1. Il Collamarini fu pacifico seguace delle teorie di Viollet le Duc, mentre il Selvelli fu (più in teoria che nella pratica) proselito dei principi di Camillo Boito.
  2. “[...] Sarebbe cosa molto bella che Ella pubblicasse, magari subito, qualche articolo o monografia illustrando gli assaggi eseguiti e pubblicando tutte le fotografie prese anteriormente e nel corso dei restauri: così gli studiosi che in avvenire studieranno la cattedrale di Fano non dovranno fare un penoso e difficile lavoro di ricerca per non cadere nell’errore di prendere il nuovo per il vecchio e viceversa [...]” (FS BFF, lettera del Verzone datata Vercelli 1928).
  3. I documenti rimastici sono: la fotografia della facciata scrostata, qualche riproduzione ravvicinata, l’epistolario del Selvelli e alcuni schizzi esemplificativi.
  4. Serra in L’arte nelle Marche... cit., p. 73, aveva anche specificato che il prospetto era tripartito verticalmente da quattro pilastri in laterizio.
  5. Selvelli, Al Duomo... cit., p. 1.
  6. Selvelli, ibidem.
  7. Diverso tempo dopo avere effettuato queste osservazioni abbiamo trovato conferma all’intuizione che questi ultimi conci sono di reimpiego: in una nota del Selvelli scritta ai margini di una lettera speditagli da Borgogelli (al quale non piaceva la sistemazione apportata ai lati dell’arco del portale) l’ingegnere scrisse: “Le pietre attorno all’arco del portale furono regalate dal Comune: erano pietre di recupero dalla demolizione del prospetto interno di porta Maggiore”: una delle porte della cinta muraria malatestiana. Cfr. FS BFF, lettera del Borgogelli al Selvelli, datata 21 settembre 1928, in FS BFF.
  8. In seguito alla soppressione, nel 1938, della prima cappella a destra e a sinistra, per favorire l’introduzione di due aperture sui fianchi, vennero in luce tratti di muratura antica fino ad allora coperta. Si trattava di conci in arenaria addossati alla parte posteriore dei due piloni che inquadrano la facciata (fig. 174fig. 175), e di un muretto (sempre in arenaria) adiacente al paramento esterno dell’attuale prima campata a destra. La zona che venne in luce dietro i piloni arrivava, grosso modo, fino all’altezza in cui, in facciata, vi sono i conci antichi, e sembra costituisse un tutt’uno con gli stessi (tanto sono bene intersecati i blocchi e simili per forma e dimensioni). Attualmente la parte superiore dei due piloni presenta un profilo digradante verso l’esterno, ed è coperta da una serie di coppi che riteniamo posticci, in quanto la muratura venuta alla luce doveva essere semplicemente la parte posteriore dei contrafforti laterali della facciata.
    Dietro il pilone destro, nella zona bassa, la muratura si inspessisce, assumendo proprio la forma di un contrafforte (fig. 175); mentre, dietro a quello sinistro, essa si innalza maggiormente grazie ad una serie di mattoni piccoli che, però, appaiono chiaramente aggiunti in quanto non intersecati con quelli anteriori (fig. 174).
  9. La loro integrità è stata messa in evidenza dal Collamarini nella sua relazione e, d’altra parte, è intuibile anche dall’osservazione della fotografie scattate dopo la scrostatura (fig. 122, fig. 132, fig. 133).
  10. Il colore e alcuni forellini nella ghiera del terzo archetto (da sinistra) farebbero pensare all’arenaria. Ma sempre presso la stessa ghiera il blocco d’imposta a destra rimanderebbe, per il colore, al cotto, così come la regolarità dei singoli elementi. Non è escluso che anche qui vi fosse un’alternanza dei materiali.
  11. La muratura visibile dietro questa finestra che, come l’altra, si affaccia nel sottotetto, è moderna.
  12. Ad essa potrebbero farsi risalire i tratti di muratura perimetrale (oggi rimasti all’interno dell’edificio, sul lato destro) spostati rispetto all’attuale (risalente alla costruzione con copertura a volte) di circa 40 cm verso sinistra. Tale distanza coincide grosso modo, come si è detto, con quella fra l’asse dell’occhio superiore e quello del grande rosone centrale e del portale ( 45 cm).
  13. Il prospetto poteva forse presentare un profilo e delle aperture simili (per fare qualche esempio) a quelle della cattedrale di Torcello, risalente agli inizi dell’XI secolo (per questa cfr. R. Polacco, La cattedrale di Torcello, Treviso 1984) o a quelle della facciata del S. Abbondio di Como, pure dell’XI secolo (cfr. Porter, Lombard architecture... cit., vol. II, pp. 301-312).

Maria Chiara Iorio

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