La facciata (fig. 118) è pressoché l’unica parte dell’edificio ove, dall’esterno, sono individuabili tratti di muratura ed elementi decorativi che plausibilmente possono ritenersi riferibili alla primitiva costruzione. L’aggiunta di cappelle lungo i fianchi, la perdita delle antiche absidi, i due crolli del campanile adiacente al transetto nord e l’addossamento della sacrestia al transetto sud, cancellando le tracce delle pareti originarie e stravolgendo la sagoma dell’edificio, hanno finito col conferire maggior valore alla facciata, unica superficie rimasta in vista dell’antica fabbrica, anche se non immune da pesanti manomissioni succedutesi nei secoli.
Sin da un primo sguardo, per l’eccessivo sviluppo in larghezza rispetto a quello in altezza, per l’inclinazione dei pioventi, che rendono il profilo quasi a capanna, per le cornici troppo marcate degli stessi, nonché per i massicci contrafforti laterali e per quelli centrali che la tripartiscono (rispecchiando l’organizzazione interna dell’edificio), l’attuale prospetto appare eccessivamente tozzo, squadrato, dal profilo troppo aspro, e quindi “falso”.
Esso è il frutto di restauri condotti, con le migliori intenzioni, negli anni Venti del nostro secolo al fine di ripristinare, per quanto possibile, dopo gli innumerevoli rifacimenti, l’aspetto originario in base alle tracce rimaste e ad altri eventuali documenti.
Fu impresa ardua. La facciata infatti, prima di tali lavori, si presentava coperta da uno spesso strato di intonaco bianco che, lasciando in vista solo il portale strombato ed il cerchio soprastante, ne occultava il caratteristico colore dato dai mattoni e dai conci in arenaria e, soprattutto, ne ridisegnava completamente le linee ed i contorni (fig. 119). L’aspetto era quello di una goffa e poco riuscita facciata tardo-cinquecentesca, con il profilo superiore curvilineo, con cinque pinnacoli piramidali a base parallelepipeda, due pesanti cornicioni orizzontali (uno sotto il timpano e l’altro fra l’archivolto del portale e la finestra circolare), larghe paraste che serravano il portale, e insignificanti porte laterali con soprastanti finestre quadrate. Un’epigrafe posta all’estremità superiore del contorno dell’occhio ed ora murata all’interno dell’edificio, nella parete sud dello pseudo-transetto, vicino ad altre lapidi, riportava incisa a caratteri maiuscoli romani la seguente iscrizione: “IVLIVS OTINELLIVS FIRMANVS EPS. FANEN. MDLXXXXI” (fig. 120).
Da questa lapide: alcuni studiosi1 hanno dedotto che il rifacimento della facciata debba farsi risalire al 1591 e al vescovo Giulio Ottinelli.
In mancanza di altri documenti che possano confermarlo2 consideriamo plausibile lo stretto collegamento fra l’epigrafe e la facciata ridisegnata e intonacata, tanto più che i caratteri di questa, come si è detto, non si discostano troppo da quelli di certi edifici di fine Cinquecento.
Sul sagrato, rialzato di un gradino rispetto al lastricato della piazza, erano stati posti, in età imprecisabile, i quattro leoni stilofori che attualmente fungono da base all’ambone all’interno dell’edificio3.
Della facciata in arenaria e cotto, prima dei restauri degli anni Venti e Trenta del nostro secolo, si era persa ogni memoria dal momento che da più di tre secoli essa era coperta dall’intonaco bianco e non dovevano esserne rimaste raffigurazioni antiche4.
Pochissime erano le notizie relative al precedente assetto: la più antica era ricavabile da una lastra più esplicita di quella murata sull’occhio, in cui si dichiarava che nel 1476 il vescovo fanese Giovanni De Tonsis fece costruire un portico dall’architetto veneto Marino Cedrino, che aveva già lavorato a Loreto5. Di tale portico non si sapeva nulla, se non che dovette avere vita breve, dato che, probabilmente almeno dall’epoca dello stravolgimento del prospetto voluto dal vescovo Ottinelli, doveva essere stato abbattuto, risultando incompatibile l’intonacatura integrale con la presenza di una loggia.
Si era inoltre a conoscenza di un progetto di rifacimento dell’intera facciata presentato al Capitolo della Cattedrale dall’architetto Cesare di Prospero Selvelli nel 1794, in occasione dell’inaugurazione del nuovo altare maggiore6 (fig. 121). L’ingegnere Cesare Selvelli, quando, nel 1907, pubblicò il disegno tardo-settecentesco della facciata7 espresse il suo sollievo perché esso e gli ancor più impegnativi progetti di rifacimento dell’intero edificio non erano stati presi in considerazione (seppure solo per mancanza di disponibilità economica).
Maria Chiara Iorio